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Colpa delle stelle

























In America era diventato un caso letterario ancora prima della pubblicazione nel gennaio 2012 ed attualmente stanno lavorando alla trasposizione cinematografica.
Io, in ritardo su tutta la linea come al solito, ho letto Colpa delle stelle (titolo originale The Fault in Our Stars, riferimento alla famosa frase del Giulio Cesare di Shakespeare "La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni") soltanto ora.
Come spesso accade la copertina italiana non è così bella ed incisiva come quella originale, ma questi sono dettagli in fondo irrilevanti: l'importante sono i contenuti e l'essenziale è che siano buoni. E personalmente ho trovato questa lettura davvero piacevole, molto scorrevole ed allo stesso tempo profonda ed interessante; certo non priva di retorica in qualche passaggio, ma complessivamente vitale e attenta. 
Attribuire vitalità ad un romanzo che ha per protagonista una ragazzina, Hazel Grace, affetta da tumore alla tiroide potrebbe sembrare anacronistico, ma in questo caso non lo è: John Green riesce a raccontare la malattia, e la morte, senza compatimento e con serenità, spesso anche con ironia e leggerezza.
Hazel incontra ad un gruppo di supporto Augustus Waters, un diciassettenne ex giocatore di basket a cui è stata amputata una gamba a causa di un osteosarcoma. La ragazza gli farà conoscere quello che è il suo libro preferito in assoluto ma che rimane interrotto senza fare luce sulla sorte dei personaggi, lasciando intuire la morte della protagonista o comunque l'aggravarsi della sua malattia. I due si interrogano quindi su quello che è stato dopo, su quale è stata la sorte degli altri personaggi. 
Domande che trascendono il romanzo che ha affascinato i due protagonisti e che nascono dalla loro particolare condizione, dalla consapevolezza della morte eccezionalmente viva in loro a causa della malattia. E mentre per Hazel la maggiore preoccupazione è quella di diventare fonte di dolore per coloro che le vogliono bene, come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere anche se non si sa bene quando, Augustus è tormentato dalla voglia di lasciare un segno, un qualcosa di tangibile che ricordi il suo passaggio in questo mondo, che egli è esistito.

Il lato positivo



















Pat deve tornare a vivere con i genitori dopo essere finalmente uscito dal "postaccio", un istituto psichiatrico in cui, malgrado l'aria deprimente che si respira, Pat comincia a lavorare su se stesso: perde peso e si rimette in forma, comincia a leggere i classici della letteratura, crede nel lieto fine e che un giorno finalmente il "periodo di lontananza" finirà e lui potrà riconquistare sua moglie.
E nel corso del film, a poco a poco, scopriremo il perché di questo periodo di internamento.
A casa i rapporti con il padre (un Robert De Niro in forma smagliante) non sono facili, ma vanno migliorando grazie alla loro fede calcistica che li unisce davanti alla tv per fare il tifo alla loro squadra del cuore, gli Eagles. 
Concentrato sul suo obbiettivo, riconquistare la moglie Nikki, Pat si imbatte in Tiffany, rimasta vedova troppo giovane e con problemi psicologici derivati da questo trauma. 
I due stringono un patto: Tiffany aiuterà Pat a riconquistare la moglie consegnandole una lettera in sua vece, mentre lui ricambierà il favore partecipando ad una gara di ballo con lei.

Se ancora non avete visto questo film vi consiglio di farlo immediatamente! Personalmente ne sono rimasta molto colpita, soprattutto per l'interpretazione di Jennifer Lawrence: Oscar come miglior attrice protagonista a soli 22 anni più che meritato! Ed anche il resto del cast spicca per bravura, primo fra tutti Robert De Niro (anche se non mi spiego perché nella versione italiana debbano sempre doppiarlo con la voce "da padrino" anche quando interpreta un tipo di personaggio del tutto diverso). 
Dopo un po', il film si fa più piano e rientra più spiccatamente nel genere della commedia sentimentale più classica, ma non per questo si fa meno piacevole, anche se perde un po' di mordente rispetto alla prima parte, dotata di una maggiore forza d'urto. 
In ogni caso, gli attori riescono brillantemente a non far cadere i loro personaggi negli stereotipi della commedia romantica, e tutti insieme spiccano nella loro simpatica follia.
Il lato positivo è soprattutto un inno alla vita: con tutti i suoi lati oscuri, le sue difficoltà va vissuta e se si lavora sodo si può arrivare a vedere il bello, il positivo, in ogni cosa. 
Insomma, quello che conta non è come si balla: l'importante è ballare!

Le parole lontane del fuoco

Per una volta ho ceduto e mi sono lasciata tentare dalla copertina. Si, lo so che l'aspetto esteriore non conta, ma qualche volta anche l'occhio vuole la sua parte ( e lo dice una che nella sua vita ha letto un  sacco di libri bellissimi con copertine a dir poco orrende...) ed ho ceduto! Ho preso un libro semplicemente perché mi ispirava, senza aver la minima idea di chi fosse l'autrice e senza averne mai sentito parlare. 
Io poi per queste cose ho un sesto senso che nella maggior parte dei casi ci azzecca, poi però ci sono anche rare volte in cui fa cilecca. Questa volta il libro prescelto è stato Le parole lontane del fuoco e se il mio fiuto non ha proprio fallito del tutto devo comunque ammettere che avrebbe potuto applicarsi un po' di più!
Il romanzo è ambientato nel piccolo paese di Prospect, a Cape Cod e la storia ruota attorno in particolare alla salina che da generazioni appartiene e viene lavorata dalle donne della famiglia Gilly. A questo sale la tradizione attribuisce anche proprietà magiche e ogni dicembre viene allestito un falò tra le cui fiamme una Gilly deve buttare una manciata di sale: a seconda del colore sprigionato dalla fiamma si potrà predire la sorte per l'anno a venire. 
Jo sembra essere nata per quel duro lavoro mentre Claire rifiuta ogni legame con la salina fino a lasciarsi brutalmente alle spalle ogni legame con il passato. Passato che però tornerà ad affiorare condizionando immancabilmente il presente. 
Pur avendo delle potenzialità la trama si riduce ad elementi triti e ritriti, tanto che il lettore può ben immaginare quale sarà il destino dei personaggi prima che questo si compia. 
Allo stesso modo i personaggi non riescono del tutto a farsi amare ed il loro comportamento rimane spesso incomprensibile (a volte illogico), elemento questo potenzialmente positivo in quanto potrebbe stimolare l'interesse nel lettore ma che viene vanificato dalla prevedibilità delle azioni che vengono fatte compiere ai personaggi. 
Il finale poi è piuttosto strambo: nelle poche pagine finali l'autrice sembra voler cancellare anni di lotte e tragedie con un happy ending in stile classico che, francamente, in questo caso avrei preferito di gran lunga non trovare. 
A questa storia manca un non so chè, un pizzico di pepe, anche se in questo caso sarebbe meglio dire di sale... 

La congiura degli innocenti

Nelle campagne del New England un bambino sente tre spari. Il capitano Wiles a caccia di lepri per i boschi, trova un cadavere. Decide allora di nascondere il corpo per non aver noie con la polizia che difficilmente avrebbe creduto ad un incidente di caccia. Ma la cosa non è tanto semplice perché quel piccolo angolo di bosco nel Vermont dove giace il cadavere pare essere più trafficato del centro di New York nell'ora di punta. Nel giro di poche ore il cadavere del povero Harry verrà sotterrato e dissotterrato, portato avanti e indietro, per ben quattro volte da quattro adulti innocenti con la coscienza sporca.
La congiura degli innocenti (titolo originale The Trouble With Harry) è stato sottovalutato fin dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, considerato come opera di un Hitchcock "minore", come una pausa nella preparazione dei suoi grandi capolavori.
In realtà è invece uno dei film preferiti di Hitchcock, amante dell'umorismo sottile, un po' all'inglese.
Di fatto La congiura degli innocenti è una pellicola "sovversiva", dove vengono capovolti i valori ed i comportamenti tradizionalmente accettati dalla società civile: dal concetto di buon vicinato all'atteggiamento di fronte alla morte. Così la morte non è altro che un piccolo contrattempo e i personaggi si trovano a conversare con premurosa educazione e sostanziale indifferenza (ed ironia per lo spettatore che assiste alla scena) della sorte dell'indesiderato cadavere.
Da punto di vista della tecnica, questo è forse il film più sobrio di Hitchcock che si limita a registrare con la macchina da presa lo svolgersi dei fatti, senza particolari artifici ed effetti speciali, eccetto uno: gli enormi piedi e le calze rosse del cadavere inquadrato di scorcio e di cui non si vede mai il viso. 

Addio e grazie per tutto il pesce

Il 21 dicembre è decisamente passato ed ora possiamo dire con cognizione di causa che i Maya si sono sbagliati. Niente fine del mondo, almeno per ora!
Ma d'altra parte avremmo già dovuto sospettarlo che i Maya avessero sbagliato qualcosa nei loro calcoli, perchè finchè i delfini non scompaiono dalla Terra possiamo essere certi che tutto va bene!
No, non sono impazzita!! Ho solo visto Guida Galattica per Autostoppisti, secondo cui i delfini, da molto tempo consapevoli dell'imminente distruzione della Terra hanno cercato di avvisare in ogni modo noi umani ma i loro segnali venivano interpretati come simpatici tentativi di colpire il pallone, così alla fine hanno deciso di abbandonare la Terra. Il loro ultimo tentativo di avvisare della catastrofe venne interpretato come un particolarmente elaborato doppio salto mortale rovesciato nel cerchio fischiando l'inno americano, ma in realtà il messaggio era "ADDIO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE". 


La storia inizia quando il protagonista, Arthur Dent (Martin Freeman), scopre che alcune ruspe stanno per demolirgli la casa per fare spazio a una nuova superstrada. Ma Arthur non sa che la stessa identica sorte sta per toccare all'intero pianeta Terra. 
Ford Prefect, che si rivela essere un alieno proveniente da un pianeta nei pressi di Betelgeuse ed arrivato sulla Terra con l'incatico di fare ricerche per integrare la Guida Galattica per Autostoppisti, riesce a portare in salvo l'amico Arthur facendo l'autostop e facendosi dare clandestinamente un passaggio dalle stesse astronavi che avevano il compito di distruggere la Terra. Cominciano quindi le loro avventure/disavventure ai confini dell'universo che Ford ed Arthur affronteranno con i loro indispensabili e inseparabili asciugamani. 
Sull'atronave Cuore d'Oro (prima astronave funzionante a improbabilità infinita, rubata inaspettatamente da Zaphod Beeblebrox, attuale Presidente della Galassia) Arthur ritrova Tricia McMillan (Zooey Deschanel), detta Trillian, che aveva conosciuto ad una festa in maschera e che poi non l'aveva più richiamato e che ora si trova perfettamente a suo agio a viaggiare per la galassia. Comincia quindi la ricerca della risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Il vero protagonista del film è la Guida. Incredibile fonte di idee e bizzarrie, il libro illustra con dovuto sarcasmo e disincanto un Universo meraviglioso e multiforme, per quanto pieno di insidie. Ma d'altra parte è la copertina stessa del libro a fornire il migliore aiuto per superare tali insidie: NIENTE PANICO. 
Molto dell'omonimo libro di Douglas Adams è andato perso, ma ne viene conservato lo spirito ed il film nel complesso è ben riuscito e diverte, e brillano su tutto le animazioni della Guida (da gustare fino al termine dei titoli di coda). Peccato però che sia stata epurata anche la pagina della Guida relativa alla Terra: "Fondamentalmente innocua".
  
"Barman, sei pinte di birra e presto, il mondo sta per finire! Tieni il resto, hai dieci minuti circa per spenderli." 


The Walking Dead

Un qualche genere di virus non meglio identificato ha decimato, anzi, praticamente cancellato dalla faccia della terra, il genere umano. Ma oltre al danno la beffa: le persone infettate dopo essere morte ritornano in vita sotto forma di zombie.
L'agente di polizia Rick Grimes (Andrew Lincoln), fortunosamente salvatosi dal contagio, si risveglia dal coma ritrovandosi improvvisamente catapultato in un mondo post-apocalittico di cui stenta a comprendere le motivazioni e le regole. Si mette quindi in cerca della propria famiglia diventando il punto di riferimento per un gruppo eterogeneo di sopravvissuti.
The Walking Dead si distingue subito nel panorama delle produzioni televisive innanzitutto per il soggetto, che non è mai stato sfruttato per la televisione, ed in secondo luogo per la particolare cura prestata alla sceneggiatura, alle tecniche di ripresa ed agli effetti speciali che ne hanno fatto per qualità un prodotto più cinematografico che televisivo.
Veri protagonisti della serie non sono gli zombie, bensì i vari membri del gruppo di sopravvissuti: Glenn, Lori, Daryl, Carl, Andrea, Shane... Ed il vero tema della serie sono le scelte che i personaggi si trovano a dover compiere in un ambiente nel quale ogni normale regola della società è sovvertita. Così può capitare che il pericolo più grande non siano gli zombie ma gli uomini stessi.
L'aspetto più interessante di The Walking Dead è proprio l'attenzione con cui vengono delineati psicologicamente i personaggi combinando quest'aspetto più riflessivo con scene d'azione in modo che lo spettatore non venga mai preso dalla noia (a parte forse per qualche momento della seconda serie in cui le implicazioni della relazione tra Lori e Shane vengono trascinate un po' troppo a lungo).
Quindi un bel voto positivo per The Walking Dead, che, tra le altre cose, insegna anche un sacco di cose utili per sopravvivere alla fine del mondo (visto che a quanto pare ci toccherà a breve...)! ;)

« Wayne Dullop, patente della Georgia, nato nel 1979. Aveva 28 dollari in tasca quand'è morto, e una foto di una bella ragazza: "Con amore, dalla tua Rachel.". Un tempo era come noi, si preoccupava delle bollette, dell'affitto, del SuperBowl. Se mai troverò la mia famiglia racconterò loro di Wayne. »


Ribelle - The Brave

Ed alla fine ce l'ho fatta: dopo varie peripezie sono finalmente riuscita a vedere The Brave!!! E me ne sono innamorata!! 
La giovane principessa Merida (dall'inconfondibile chioma rosso fuoco, realizzata disegnando i capelli uno ad uno) é insofferente agli insegnamenti della madre che cerca di prepararla per il suo futuro ruolo di regina. Al bon ton e all'etichetta Merida preferisce esercitarsi con il suo arco, esplorare luoghi impervi e scorrazzare, chioma al vento, sul suo cavallo. Ma anche per lei é arrivato il momento di crescere e di assumersi le proprie responsabilità. 
Lei però vuole vivere la propria vita e non accetta il destino che per lei è stato scelto dalla madre e dalle consuetudini. 
Una vecchia e stramba strega le offrirà l'opportunità di cambiare il proprio destino e, senza badare troppo alle conseguenze, Merida coglie l'occasione al volo, ma poi si troverà a fare i conti con la sua scelta.
Con Merida, per una volta tanto, ci troviamo di fronte ad un personaggio che è si principessa, ma che non ha niente in comune con le classiche figure femminili di Cenerentola, Biancaneve, Bella Addormentata nel Bosco, Rapunzel e via dicendo. Merida non canta canzoncine mentre rassetta la casa, nè languisce chiusa nella torre più alta del castello in attesa di essere salvata: lei va a cavallo, é un'arciera infallibile, ha un grande spirito d'avventura e non le passa nemmeno per l'anticamera del cervello di sposare alcun principe azzurro. 
Per certi versi si può anche dire che in Brave sono presenti tutti gli elementi classici della favola: un'equilibio iniziale che viene sconvolto, il tentativo di "rimettere le cose a posto" coronato dall'immancabile lieto fine. Ma ci sono alcuni elementi innovativi molto interessanti, anche se forse non esattamente sconvolgenti dal punto di vista narrativo e tematico. 
Per prima cosa colpisce la totale assenza di una storia d'amore (clichè a cui siamo stati abituati fin dai primi cartoni animati realizzati dalla Disney): Brave si concentra su un altro tipo d'amore, ovvero quello tra madre e figlia (e più in generale tra genitori e figli). Le due figure dominanti sono infatti Merida e la madre Elinor che si scontrano continuamente e che rimangono cocciutamente fisse sulle loro idee senza cercare di vedere le cose l'una dal punto di vista dell'altra.
Il secondo elemento di discordo con i tradizionali cartoni animati é l'assenza di un vero e proprio cattivo: non c'è nessuno stregone o orco cattivo che vuole impadronirsi del regno o distruggere la terra. L'unica cosa con cui Merida si trova a dover fare i conti é se stessa e quindi le proprie scelte (decisamente una battaglia più dura rispetto a quella contro un cattivo qualunque che tenta di soffiarti il trono!).
Il film colpisce poi particolarmente dal punto di vista visivo, più che da quello strettamente narrativo: portando avanti uno studio e una sperimentazione sull'espressività dei volti in computer grafica, Brave compie un ulteriore passo in avanti verso un'idea di vera e propria recitazione da parte di personaggi animati. Per cui le emozioni, l'emotività passano soprattutto attraverso volti e sguardi dei personaggi. 
Senza precedenti é poi la bellezza e suggestività dei paesaggi scozzesi che, più che realizzati al computer, sembrano riprese dal vero. 
Un lavoro che sarebbe sicuramente piaciuto a Steve Jobs, ex amministratore delegato della Pixar, che viene indirettamente ricordato nel nome di uno dei clan scozzesi, quello dei Macintosh, e a cui il film viene esplicitamente dedicato nei titoli di coda.
Brave è un film che vi consiglio di vedere! Molto intenso, ma anche molto divertente! 
E vale la pena di vederlo anche per il cortometraggio intitolato La Luna che viene proiettato prima del film stesso (e che sicuramente verrà inserito anche nel DVD): un piccolo capolavoro che apre la riflessione sul tema genitori-figli e sulla necessità di trovare la propria strada, la propria voce, poi continuata ed articolata in Brave.


The Artist

Nell'era del 3D il regista francese Hazanavicious porta sugli schermi un film in bianco e nero e muto. E, ironia della sorte, nell'era del 3D é proprio un film non soltanto riguardante il cinema muto ma addirittuara muto ad ottenere un enorme successo di pubblico e critica aggiudicandosi cinque Premi Oscar (per dire, Avatar ne aveva avuti solo tre...) e svariati altri prestigiosi premi.
The Artist racconta una storia semplice e lineare, ma lo fa con intelligenza: George Valentin é un divo del cinema muto (con un nome che ricorda Rodolfo Valentino e un modo di fare che richiama Douglas Fairbanks e i suoi film). All'uscita dalla prima del suo ultimo film una giovane aspirante attrice lo avvicina e viene fotografata con lui sulla prima pagina della rivista Variety. E dopo poco i due si reincontreranno sul set di un nuovo film dove la ragazza é stata ingaggiata come ballerina. Ma intanto é arrivato il 1929: anno della grave crisi finanziaria che coinvolse l'America e l'Europa e anno dell'avvento del cinema sonoro. Per George Valentin é il momento del declino, mentre per la giovane Peppy Miller é il momento della grande svolta e del successo.
The Artist si apre (ricordando un po' Cantando sotto la pioggia) con la prima dell'ultimo film con protagonista Valentin ed in particolare con una sequenza tratta da questo film in cui il protagonista (ovviamente Valentin) viene torturato perché confessi qualche segreto ma nelle didascalie (come ogni film muto anche The Artist utilizza le didascalie, ma per la verità in quantità molto ridotta) compare la scritta "Non parlerò mai!". E così il traumatico passaggio dal cinema muto a quello sonoro, che vide il tramonto di grandi star come Buster Keaton e Mary Pickford ormai inadeguate a sostenere un cinema parlato, diventa una lotta interiore nel personaggio di Valentin.
George Valentin non solo non viene accettato dal cinema sonoro, ma sembra quasi che l'idea del suono sia estranea al suo essere: infatti il suo personaggio non parla quasi mai, al contrario di Peppy Miller che parla spesso (certo, noi non possiamo sentire quel che dice perché é un film muto, però parla!).
L'analisi del delicato e fondamentale passaggio dal muto al sonoro viene condotta con intelligenza ed é interessante anche come in alcune scene venga mostrata l'evoluzione del cinema attraverso il cambiamento a cui nel tempo sono stati soggetti gli spettatori.
É un film che fa divertire, riflettere e magari anche commuovere e che mostra come nella sostanza le esigenze del pubblico non siano poi tanto cambiate nel tempo.




Il buongiorno del mattino


Becky Fuller é una produttrice televisiva che sogna di lavorare a USA Today, ma l'inaspettato licenziamento la costringe a ridimensionare le sue aspettative e ad accettare un lavoro di ripiego. Il suo compito é quello di risollevare le sorti del programma mattutino Daybreak.
La prima mossa di Becky é quella di affiancare alla storica protagonista del programma, Colleen, una vecchia gloria del giornalismo Mike Pomeroy. Ma la convivenza tra i due é davvero difficile, soprattutto perché Mike non ne vuole sapere di presentare pseudo-notizie di curiosità, lui che aveva realizzato servizi di grande importanza e rilievo.
Così Becky, in aggiunta ai normali problemi quotidiani del suo lavoro, dovrà affrontare anche il pessimo carattere dei due conduttori.
Nel frattempo Becky, oltre alla vita lavorativa, dovrà anche gestire, con un po' di goffaggine, la propria vita sentimentale.
Rachel McAdams, Harrison Ford, Diane Keaton: le premesse per la buona riuscita delfilm ci sono tutte! Eppure mi sarei aspettata qualcosina in più.
Ciò non significa che il film sia brutto, ma semplicemente che non é uno di quei film che ti colpiscono particolarmente (naturalmente parlo sempre a titolo personale). É comunque una buona commedia, piacevole da vedere.
In particolare si distingue Rachel McAdams per essere riuscita a dare grande vitalità al personaggio di Becky, che stimo particolarmente per la sua positività e per l'impegno e la passione che mette nel raggiungere i suoi obbiettivi.
Se siete in cerca di una bella storia d'amore vi consiglio di guardare un altro film perché quella tra Becky e il bel produttore Adam é quanto di più sbrigativo sia stato mai visto in una commedia (anche) sentimentale. E del resto va bene così, perché Il buon giorno del mattino non é una commedia d'amore ma un film sull'amore per il lavoro, perché Becky oltre ad essere tenace, pragmatica, preparata e ossessionata dal lavoro (senza però essere la solita iena in carriera) é una persona dotata di vera passione e amore per il suo lavoro.



 

Jane Eyre

Jane Eyre é rimasta orfana di entrambi i genitori e la zia, che dovrebbe prendersi cura di lei, la disprezza tanto da allontanarla dalla propria casa e mandarla a vivere nel collegio di Lowood, dove la piccola Jane riceverà una buona educazione (con mezzi decisamente discutibili). Dopo dieci anni di umiliazioni e sacrifici uscirà dall'istituto temprata e desiderosa di cominciare una nuova vita a Thornfield dove é stata assunta come istitutrice. Tra una lezione e l'altra Jane conoscerà il padrone ti casa, Edward Rochester, un uomo inquieto e dal carattere particolare. Jane si innamora della sua nuova casa, il primo luogo in cui non é mai stata calpestata ma trattata da pari a pari, e poi anche del suo padrone. Ma scoprirà un segreto, nascosto nel cuore della casa, che la costringerà a fuggire via, lontano dall'uomo da lei tanto amato.
Avendo letto il romanzo omonimo (più di una volta, in effetti) mi sono messa a guardare questo film molto ben disposta nei suoi confronti e spero che questo non abbia offuscato più di tanto il mio giudizio, perché devo dire che ho trovato il film davvero ben fatto!
Non é semplice rendere cinematograficamente la complessa trama del romanzo ma Fukunaga, il regista, c'é riuscito molto bene e soprattutto senza alterarne l'anima.
Per narrare la vicenda si é servito di una soluzione non lineare che ci mostra la protagonista in media res e ci mostra attraverso dei flashback gli eventi precedenti: un espediente per nulla confusionario, ma che anzi tiene viva l'attenzione e la curiosità dello spettatore.
Oltre ad una tecnica cinematografica pulita e lineare ma allo stesso tempo capace di cogliere in profondità i sentimenti e le angosce dei personaggi, il film risulta arricchito da attori davvero molto bravi e perfettamente nei ruoli. Michael Fassbender interpreta Mr. Rochester nel miglior modo possibile superando in bravura tutti gli altri attori che avevano precedentemente sostenuto la parte ed a prestare il volto a Jane Eyre é la giovane Mia Wasikowska, la cui bravura si era già intuita in Alice in Wonderland di Tim Burton senza che però venisse sfruttata al meglio. I due protagonisti sono supportati dai personaggi "secondari" della governante di Thornfield (Judy Dench) e dal benefattore che ha salvato la vita di Jane (Jamie Bell).
Come ho già detto il film coglie il cuore di Jane Eyre, romanzo in bilico tra tradizione e rivoluzione che ha il suo elemento di maggior modernità (anzi, di assoluta contemporaneità) nel personaggio della protagonista stessa.

"Leggo in voi lo sguardo di un uccellino curioso, attraverso le sbarre di una gabbia. Un vivido e irrequieto prigioniero. Fosse libero, volerebbe molto in alto."



Le avventure di Tintin - Il Segreto dell'Unicorno

Tintin, giovane e famoso reporter dall'inconfondibile ciuffo, acquista ad un mercatino il modellino di un vascello che curiosamente aveva suscitato l'attenzione di altri insistenti acquirenti. 
Il modellino è una rappresentazione in scala del leggendario Unicorno, il vascello capitanato dal coraggioso François de Haddock e che, quando venne affondato dopo un attacco pirata, trasportava un enorme tesoro. Nel modellino è nascosta la chiave per scoprire il luogo in cui si trova il tesoro e solo un Haddock può risolvere l'enigma.
Tintin si trova subito coinvolto in un'avventura che lo porterà ad indagare sul passato della famiglia Haddock. Durante la sua ricerca incontrerà l'ultimo discendente dell'antica famiglia: il capitano Archibald Haddock, che diventerà suo inseparabile compagno nelle successive avventure. 
In questa fedele trasposizione cinematografica del colorato e caratteristico mondo di Hergé non mancano i classici personaggi del fedele cane Milù, il cui intervento è decisivo in molte situazioni, e i due comici (e un po' satirici) ispettori Dupont e Dupond. 
Le avventure di Tintin è frutto della collaborazione di Steven Spielberg (regista e produttore) e Peter Jackson (produttore) e da due registi di questo calibro non mi sarei aspettata un lavoro di minor bravura. 
Il film è realizzato con la cosiddetta motion capture, una tecnologia all'avanguardia che permette di catturare il movimento: il dispositivo che permette l'acquisizione del movimento è un sistema di più telecamere. In pratica gli attori indossano una speciale tuta dotata di sensori che riescono a catturare il movimento che verrà successivamente rielaborato digitalmente creando movimenti e personaggi realisitici. La motion capture era già stata usata (credo per la prima volta in assoluto) da Peter Jackosn per la realizzazione del personaggio di Gollum ne Il Signore degli Anelli, e in Le avventure di Tintin questa tecnica viene utilizzata per la creazione di tutto quanto il film. Ed il risultato finale è talmente spettacolare che sembra di vedere persona in carne ed ossa.
Naturalmente se si utilizza la motion capture è anche molto importante la scelta degli attori perché questa tecnica richiede un tipo di recitazione un po' più dinamica e marcata rispetto al solito, e quindi degli attori che non hanno paura di superare un po' i limiti. Così per i due protagonisti, Tintin e il capitano Haddock, sono stati scelti rispettivamente Jamie Bell (per gli amici Billy Elliot) ed Andy Serkis, ormai un'esperto nella tecnica, dopo aver impersonato Gollum per ben sei film (prima nella trilogia de Il Signore degli Anelli e poi in quella de Lo Hobbit).
L'idea iniziale di Spielberg era quella di realizzare un film con attori in carne ed ossa (ma truccati in modo da essere ben identificabili con i personaggi di Hergé), ma poi optò, saggiamente, per l'animazione.
Grazie alle grandi competenze tecniche ed all'estrema attenzione per i dettagli il risultato finale è davvero ottimo.
E di non minor valore è la colonna sonora, realizzata da John Williams, storico collaboratore di Spielberg e autore di alcune delle colonne sonore più conosciute al mondo (Lo squalo, ET, Guerre Stellari, Indiana Jones, Superman, Harry Potter), che per essa è stato candidato agli Oscar 2012. 
I rimandi ai precedenti film di Spielberg sono molteplici, sia tematici che visivi: Tintin condivide con Indiana Jones lo spirito di avventura; come il Capitan Uncino di Hook il cattivo Sakharine si ostina a ricercare il suo eterno nemico; il ciuffo di Tintin emerge dai flutti come già la pinna del celebre Squalo...
Le avventure di Tintin - Il Segreto dell'Unicorno è, in conclusione, un film che si fa notare per la grande conoscenza della tecnologia utilizzata e per il gusto dell'avventura allo stato puro: la rapida successione degli eventi, fughe, inseguimenti, scoperte e rivelazioni, salti nel passato, tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino alla fine... ed alla fine non si escludono nuove avventure...!

" C'è sempre un indizio trascurato che spalanca un nuovo orizzonte pieno di risposte! "


La giuria

Una giovane vedova fa causa ad una importante società che produce armi da fuoco reputandola responsabile della morte del marito. Una causa difficile da vincere ma che potrebbe creare il precedente per un radicale cambiamento nel sistema giudiziario e sociale portando come conseguenza pratica ad una riduzione e regolamentazione della vendita di armi da fuoco. Una causa difficile da vincere quindi, in cui però crede fermamente l'avvocato dell'accusa Rohr.
Altrettanto sicura della vittoria è la parte avversa, cioè la società d'armi, che si serve dei metodi poco ortodossi del consulente Fitch per selezionare una giuria perfetta andando a frugare nel passato e nella vita privata di ogni possibile giurato per capirne la psicologia e quindi decidere, in base ai propri interessi, se escluderlo o meno dalla giuria. La difesa, con l'aiuto di Fitch, punta ad impadronirsi della giuria comprandosi il verdetto, ma si intromette una donna misteriosa, Marlee (Rachel Weisz), che, con la complicità di Nick Easter (John Cusack) selezionato come membro della giuria, propone ad entrambe le parti di pagare loro una ingente somma in modo da comprarsi il verdetto (grazie a Easter che può influenzare le scelte dei giurati dall'interno).
Un thriller giudiziario ricco di sorprese e di suspense che risulta ancora migliore grazie alla bravura del prestigioso cast che vede confrontarsi Dustin Hoffman, che interpreta l'avvocato dell'accusa, e Gene Hackman nei panni dello spregiudicato Fitch: i due, presenti in tutto il film, hanno un solo scambio di battute nella scena ambientata nel bagno degli uomini del tribunale che da sola giustifica la visione del film.
La forza del film sono sicuramente i personaggi (bravissimi, oltre a Hoffman e Hackman, anche Rachel Weisz e John Cusack) un po' buoni e un po' cattivi, che, e vale soprattutto per Marlee ed Easter, hanno una morale ambigua fino alla fine del film.
Mentre il difetto del film è forse il contenuto che viene presentato in maniera un po' troppo moralista e retorica, con un finale forse un po' troppo politically correct.
Comunque, più che mettere in scena il classico scontro tra due avvocati di parti avverse, questo thriller denuncia, oltre all'uso e al libero mercato delle armi, come sia possibile manipolare e controllare una giuria arrivando in pratica a manipolare un processo e comprarsi un verdetto di assoluzione o accusa. E l'aspetto più inquietante del film è proprio questo: fino a che punto si tratta di finzione e quanto si è vicini alla realtà?

« I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie. »

Tomboy


Laure, una bambina di dieci anni, e la sua sorellina Jeanne si trasferiscono spesso a causa del lavoro dei genitori. Durante le vacanze estive la famiglia trasloca ancora una volta ed arrivati nella nuova casa Laure incontra Lisa, una ragazzina che vive nel suo stesso caseggiato e che la scambia per un maschio a causa dei capelli tagliati cortissimi e dell'aspetto ancora non ben caratterizzato dell'infanzia. Laure non la contraddice, ma anzi risponde di chiamarsi Michael e con i suoi nuovi amici si comporta come tale, aderendo a quelle che ritiene siano le caratteristiche proprie e necessarie dell'altro sesso: gioca a calcio mentre le ragazze vengono lasciate a bordo campo perché troppo schiappe, fa la lotta e la rissa perché un bambino infastidiva la sorellina e ha alcuni momenti mano nella mano con Lisa.
Ma settembre sta per arrivare e con l'imminente inizio della scuola per Laure è sempre più difficile gestire la situazione.
Tomboy (che significa maschiaccio) é un piccolo film della regista francese Céline Sciamma prodotto con pochi mezzi: una telecamera Canon 5D, troupe ridotta all'osso, venti giorni di lavorazione per girare una cinquantina di scene in due o tre diversi ambienti. Un piccolo film, quindi niente di memorabile dal punto di vista strettamente cinematografico, ma nonostante ciò è un film che riflette in maniera intelligente ed affettuosa sui labili confini dell'identità sessuale e sulla ricerca di se stessi (anche dal punto di vista sessuale) che ogni bambino comincia a compiere fin dall'età pre adolescenziale, argomento sul quale si conoscono molte cose ma di cui si parla molto poco in maniera sensata e costruttiva.
Zoé Héran è sicuramente l'interprete più adatta per rappresentare il cammino di Laure con la giusta dose di innocenza ed allo stesso tempo il bisogno di esplorare se stessa e ciò che la circonda.
E la cosa più interessante del film (per lo meno a mio avviso) è che la regista ha scelto di dare al film un finale aperto: cioè lo spettatore alla fine del film non sa con precisione se quello di Laure è stato solo un episodio di travestitismo infantile oppure se l'esperienza dell'estate abbia lasciato su di lei delle tracce indelebili. Lo spettatore si ritrova, a film concluso, a dover riflettere su questioni più ampie, riguardo alla definizione della sessualità propria di ogni individuo e all'accettazione (o meno) della natura dell'altro, qualunque essa sia. 

Il buio oltre la siepe

Se dovessi scegliere un film da guardare e riguardare all'infinito credo proprio che sarebbe Il buio oltre la siepe (ok, facciamo alternato a Il Signore degli Anelli). Probabilmente per la capacità che ha questo film (come l'omonimo libro da cui è tratto, del resto) di riflettere su temi estremamente complessi e di trasmettere i fondamentali valori morali in maniera del tutto naturale.
Ovviamente il mio personaggio preferito (malgrado la mia simpatia per Scout) è Atticus, che come ogni buon padre aiuta i propri figli a crescere come persone insegnando loro, facendo leva sulla loro razionalità e sensibilità piuttosto che servendosi delle botte, quelli che sono i suoi solidi principi morali (principi che se fossero posseduti da ciascuno di noi sono certa renderebbero il mondo un posto migliore). Insomma, Atticus è decisamente l'uomo ideale (e avere l'aspetto di Gregory Peck non guasta certo...): è sempre gentile e cordiale con tutti ma allo stesso tempo capace di affrontare con coraggio situazioni difficili e pericolose per difendere i principi in cui crede, in oltre ci sa fare con i bambini ed è un uomo istruito e di sani principi, e in più è anche il miglior tiratore della contea!
I problemi trattati nel film sono davvero tanti e molto complessi (dalla povertà alla violenza in famiglia, dal razzismo alla violenza causata dall'ignoranza...) ma ,sintetizzando molto, il messaggio del film è che, anche se è assolutamente sbagliato fare del male, lo è ancora di più fare del male ad un essere indifeso: sarebbe come sparare ad un usignolo, un uccellino che non fa del male a nessuno e che ci allieta le giornate con il suo canto. Ed è anche per evitare di fare questo che bisogna sempre cercare di capire le altre persone mettendosi nei loro panni e guardando le cose dal loro punto di vista. E se ci mettessimo nei panni degli altri capiremmo molte cose, tanto che anche "il buio oltre la siepe" smetterebbe di farci paura! 

The Help

Jackson, Mississippi, primi anni '60. Nel colorato mondo di agiate signore, servito da un piccolo esercito di cameriere di colore variamente umiliate, tre donne diversissime tra loro stringono amicizia intorno ad un innovativo progetto letterario: un libro che raccoglie le testimonianze delle cameriere di colore su quella che è la loro condizione nelle case dei padroni bianchi. 
Da questi racconti emerge una società razzista, in cui le donne di colore possono pulire l'argenteria, cucinare e crescere i figli delle donne bianche e subire ogni tipo di umiliazione ma non possono usare lo stesso bagno dei bianchi. 
Ma allo stesso tempo emerge una realtà nascosta e del tutto diversa fatta di amicizia e affetti sinceri che vanno al di là degli stupidi pregiudizi sul colore della pelle e delle convenzioni sociali. 
Il cast del film, tratto dall'omonimo romanzo di Kathryn Stockett, interamente femminile  (Emma Stone, Viola Davis, Octavia Spencer, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastian) è perfetto ed il Premio Oscar come Miglior Attrice non Protagonista ad Octavia Spencer è assolutamente meritato. 
The Help è un film profondamente commovente e intenso che, malgrado la serietà dell'argomento trattato, non rinuncia all'umorismo, idispensabile per affrontare i momenti difficili. 



Wuthering Heights


L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Emily Brontë realizzato dalle regista Andrea Arnold colpisce subito per l'inusuale scelta tecnica e stilistica di girare in quattro terzi (4:3), ritagliando quindi le immagini ai margini e riducendo l'area visibile, con lo scopo di focalizzare l'attenzione sui dettagli.
Per quanto riguarda l'aspetto essenzialmente narrativo, la Arnold rimane fedele alla vicenda narrata nel romanzo: Mr. Earnshaw, di ritorno da un viaggio a Liverpool, porta con se a Wuthering Heights, la sua casa, un orfano dalla pelle scura trovato mentre mendicava per le strade della città. Il ragazzo, battezzato con il nome di Heatcliff, diventa il compagno di giochi prediletto di Catherine, la secondogenita di Mr. Earnshaw. Al contrario, Hindley, figlio primogenito di Mr. Earnshaw e fratello maggiore di Catherine, detesta e maltratta anche fisicamente Heatcliff, che subisce in silenzio ma che all'occorrenza sa volgere a proprio favore la situazione.
Quando Cathy accetta di sposare Edgar Linton, primogenito della ricca famiglia di Thrushcross Grange e giovane sensibile e di buone maniere, malgrado sia innamorata di Heatcliff, quest'ultimo decide di andarsene in cerca di fortuna. Tornerà dopo qualche anno dopo aver accumulato, non
si sa come, un'enorme ricchezza ed avendo abbandonato quello stato di degrado mentale e fisico in cui l'aveva costretto Hindley.
Heatcliff, ancora innamorato della vecchia compagna di giochi e ancora più incollerito dal desiderio di vendetta covato per tutti quegli anni, torna da Cathy, ora Mrs. Linton, per reclamarla. Cathy, devota al marito e contemporaneamente legata ad Heatcliff da un amore selvaggio e unico, muore di consunzione dando alla luce una bambina.
Nel film della Arnold la narrazione si ferma a questo punto, con Heatcliff disperato per la morte di Cathy, che viene invocata anche sotto forma di spirito. Al contrario, il romanzo di Emily Brontë prosegue con il racconto delle vicende della generazione successiva quella di Heatcliff e Catherine, su cui si ripercuotono le scelte e gli atti dei genitori, per poi chiudersi in un'atmosfera di grande serenità, con lo spettacolo dell'amore sbocciato tra due giovani sopravvissuti alla tempesta.
Il film si concentra quindi sull'amore devastante tra Heatcliff e Catherine, di cui la natura selvaggia della brughiera si fa portavoce.
Lo sguardo attento della telecamera si fissa con eguale interesse sulla vastità del paesaggio come suo piccoli particolari: un libro aperto, una piuma, un insetto che cammina su un filo d'erba, un fiore dell'albero nel giardino.
Andrea Arnold estrapola dal romanzo gli elementi essenziali e mette in scena il contesto: la natura, presente con i suoni, i colori, gli odori.
I dialoghi sono pochi, perché non necessari, e ribadiscono con le parole ciò che era già stato detto (e compreso) dalle immagini e dai gesti.
"Come il vento che batte implacabile la brughiera, così il protagonista di James Howson respira, soffia, e prende alla schiena, squassando la capricciosa e incostante Cathy di Kaya Scodelario".