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Matilda 6 mitica!

Prima ho amato il libro e poi anche il film, tanto che anche adesso che sono adulta (anagraficamente, anche se ogni tanto ho dei dubbi sull'effettiva età mentale) ogni tanto mi viene una voglia matta di riprendere in mano entrambi!
E' che a Matilda io le voglio proprio bene! E' un modello di riferimento. Ci fa comprendere che ognuno di noi ha in se qualcosa di speciale e che per far avverare i propri sogni sono necessari impegno e coraggio. 
E poi chi non vorrebbe essere capace di muovere le cose con il pensiero?! Alla faccia di Superman e Batman, Matilda ha scoperto che la lettura dona, a chi la sa amare, superpoteri molto più strabilianti!
E non è mica un caso che l'autore preferito di Matilda e della signorina Dolcemiele sia proprio quel Dickens la cui penna ha raccontato storie di infanzie difficili, di orfani, di bambini tiranneggiati da adulti come la Trinciabue. 
Matilda, novella Oliver Twist, riuscirà a riscattarsi grazie alle sue sole capacità e con lei anche la signorina Dolcemiele potrà lasciarsi alle spalle una vita di privazioni. 
Tutto quello che serve è tenere la mente ben aperta, coltivare le proprie passioni ed il proprio intelletto, avere coraggio e non lasciare agli Harry Wormwood di questo mondo l'ultima parola... e poi non guasterebbe nemmeno avere la tessera della biblioteca, anche se forse non tutte le bibliotecarie saranno premurose come la signorina Phelps! ;)

Le parole lontane del fuoco

Per una volta ho ceduto e mi sono lasciata tentare dalla copertina. Si, lo so che l'aspetto esteriore non conta, ma qualche volta anche l'occhio vuole la sua parte ( e lo dice una che nella sua vita ha letto un  sacco di libri bellissimi con copertine a dir poco orrende...) ed ho ceduto! Ho preso un libro semplicemente perché mi ispirava, senza aver la minima idea di chi fosse l'autrice e senza averne mai sentito parlare. 
Io poi per queste cose ho un sesto senso che nella maggior parte dei casi ci azzecca, poi però ci sono anche rare volte in cui fa cilecca. Questa volta il libro prescelto è stato Le parole lontane del fuoco e se il mio fiuto non ha proprio fallito del tutto devo comunque ammettere che avrebbe potuto applicarsi un po' di più!
Il romanzo è ambientato nel piccolo paese di Prospect, a Cape Cod e la storia ruota attorno in particolare alla salina che da generazioni appartiene e viene lavorata dalle donne della famiglia Gilly. A questo sale la tradizione attribuisce anche proprietà magiche e ogni dicembre viene allestito un falò tra le cui fiamme una Gilly deve buttare una manciata di sale: a seconda del colore sprigionato dalla fiamma si potrà predire la sorte per l'anno a venire. 
Jo sembra essere nata per quel duro lavoro mentre Claire rifiuta ogni legame con la salina fino a lasciarsi brutalmente alle spalle ogni legame con il passato. Passato che però tornerà ad affiorare condizionando immancabilmente il presente. 
Pur avendo delle potenzialità la trama si riduce ad elementi triti e ritriti, tanto che il lettore può ben immaginare quale sarà il destino dei personaggi prima che questo si compia. 
Allo stesso modo i personaggi non riescono del tutto a farsi amare ed il loro comportamento rimane spesso incomprensibile (a volte illogico), elemento questo potenzialmente positivo in quanto potrebbe stimolare l'interesse nel lettore ma che viene vanificato dalla prevedibilità delle azioni che vengono fatte compiere ai personaggi. 
Il finale poi è piuttosto strambo: nelle poche pagine finali l'autrice sembra voler cancellare anni di lotte e tragedie con un happy ending in stile classico che, francamente, in questo caso avrei preferito di gran lunga non trovare. 
A questa storia manca un non so chè, un pizzico di pepe, anche se in questo caso sarebbe meglio dire di sale... 

La congiura degli innocenti

Nelle campagne del New England un bambino sente tre spari. Il capitano Wiles a caccia di lepri per i boschi, trova un cadavere. Decide allora di nascondere il corpo per non aver noie con la polizia che difficilmente avrebbe creduto ad un incidente di caccia. Ma la cosa non è tanto semplice perché quel piccolo angolo di bosco nel Vermont dove giace il cadavere pare essere più trafficato del centro di New York nell'ora di punta. Nel giro di poche ore il cadavere del povero Harry verrà sotterrato e dissotterrato, portato avanti e indietro, per ben quattro volte da quattro adulti innocenti con la coscienza sporca.
La congiura degli innocenti (titolo originale The Trouble With Harry) è stato sottovalutato fin dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, considerato come opera di un Hitchcock "minore", come una pausa nella preparazione dei suoi grandi capolavori.
In realtà è invece uno dei film preferiti di Hitchcock, amante dell'umorismo sottile, un po' all'inglese.
Di fatto La congiura degli innocenti è una pellicola "sovversiva", dove vengono capovolti i valori ed i comportamenti tradizionalmente accettati dalla società civile: dal concetto di buon vicinato all'atteggiamento di fronte alla morte. Così la morte non è altro che un piccolo contrattempo e i personaggi si trovano a conversare con premurosa educazione e sostanziale indifferenza (ed ironia per lo spettatore che assiste alla scena) della sorte dell'indesiderato cadavere.
Da punto di vista della tecnica, questo è forse il film più sobrio di Hitchcock che si limita a registrare con la macchina da presa lo svolgersi dei fatti, senza particolari artifici ed effetti speciali, eccetto uno: gli enormi piedi e le calze rosse del cadavere inquadrato di scorcio e di cui non si vede mai il viso. 

Addio e grazie per tutto il pesce

Il 21 dicembre è decisamente passato ed ora possiamo dire con cognizione di causa che i Maya si sono sbagliati. Niente fine del mondo, almeno per ora!
Ma d'altra parte avremmo già dovuto sospettarlo che i Maya avessero sbagliato qualcosa nei loro calcoli, perchè finchè i delfini non scompaiono dalla Terra possiamo essere certi che tutto va bene!
No, non sono impazzita!! Ho solo visto Guida Galattica per Autostoppisti, secondo cui i delfini, da molto tempo consapevoli dell'imminente distruzione della Terra hanno cercato di avvisare in ogni modo noi umani ma i loro segnali venivano interpretati come simpatici tentativi di colpire il pallone, così alla fine hanno deciso di abbandonare la Terra. Il loro ultimo tentativo di avvisare della catastrofe venne interpretato come un particolarmente elaborato doppio salto mortale rovesciato nel cerchio fischiando l'inno americano, ma in realtà il messaggio era "ADDIO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE". 


La storia inizia quando il protagonista, Arthur Dent (Martin Freeman), scopre che alcune ruspe stanno per demolirgli la casa per fare spazio a una nuova superstrada. Ma Arthur non sa che la stessa identica sorte sta per toccare all'intero pianeta Terra. 
Ford Prefect, che si rivela essere un alieno proveniente da un pianeta nei pressi di Betelgeuse ed arrivato sulla Terra con l'incatico di fare ricerche per integrare la Guida Galattica per Autostoppisti, riesce a portare in salvo l'amico Arthur facendo l'autostop e facendosi dare clandestinamente un passaggio dalle stesse astronavi che avevano il compito di distruggere la Terra. Cominciano quindi le loro avventure/disavventure ai confini dell'universo che Ford ed Arthur affronteranno con i loro indispensabili e inseparabili asciugamani. 
Sull'atronave Cuore d'Oro (prima astronave funzionante a improbabilità infinita, rubata inaspettatamente da Zaphod Beeblebrox, attuale Presidente della Galassia) Arthur ritrova Tricia McMillan (Zooey Deschanel), detta Trillian, che aveva conosciuto ad una festa in maschera e che poi non l'aveva più richiamato e che ora si trova perfettamente a suo agio a viaggiare per la galassia. Comincia quindi la ricerca della risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Il vero protagonista del film è la Guida. Incredibile fonte di idee e bizzarrie, il libro illustra con dovuto sarcasmo e disincanto un Universo meraviglioso e multiforme, per quanto pieno di insidie. Ma d'altra parte è la copertina stessa del libro a fornire il migliore aiuto per superare tali insidie: NIENTE PANICO. 
Molto dell'omonimo libro di Douglas Adams è andato perso, ma ne viene conservato lo spirito ed il film nel complesso è ben riuscito e diverte, e brillano su tutto le animazioni della Guida (da gustare fino al termine dei titoli di coda). Peccato però che sia stata epurata anche la pagina della Guida relativa alla Terra: "Fondamentalmente innocua".
  
"Barman, sei pinte di birra e presto, il mondo sta per finire! Tieni il resto, hai dieci minuti circa per spenderli." 


The Walking Dead

Un qualche genere di virus non meglio identificato ha decimato, anzi, praticamente cancellato dalla faccia della terra, il genere umano. Ma oltre al danno la beffa: le persone infettate dopo essere morte ritornano in vita sotto forma di zombie.
L'agente di polizia Rick Grimes (Andrew Lincoln), fortunosamente salvatosi dal contagio, si risveglia dal coma ritrovandosi improvvisamente catapultato in un mondo post-apocalittico di cui stenta a comprendere le motivazioni e le regole. Si mette quindi in cerca della propria famiglia diventando il punto di riferimento per un gruppo eterogeneo di sopravvissuti.
The Walking Dead si distingue subito nel panorama delle produzioni televisive innanzitutto per il soggetto, che non è mai stato sfruttato per la televisione, ed in secondo luogo per la particolare cura prestata alla sceneggiatura, alle tecniche di ripresa ed agli effetti speciali che ne hanno fatto per qualità un prodotto più cinematografico che televisivo.
Veri protagonisti della serie non sono gli zombie, bensì i vari membri del gruppo di sopravvissuti: Glenn, Lori, Daryl, Carl, Andrea, Shane... Ed il vero tema della serie sono le scelte che i personaggi si trovano a dover compiere in un ambiente nel quale ogni normale regola della società è sovvertita. Così può capitare che il pericolo più grande non siano gli zombie ma gli uomini stessi.
L'aspetto più interessante di The Walking Dead è proprio l'attenzione con cui vengono delineati psicologicamente i personaggi combinando quest'aspetto più riflessivo con scene d'azione in modo che lo spettatore non venga mai preso dalla noia (a parte forse per qualche momento della seconda serie in cui le implicazioni della relazione tra Lori e Shane vengono trascinate un po' troppo a lungo).
Quindi un bel voto positivo per The Walking Dead, che, tra le altre cose, insegna anche un sacco di cose utili per sopravvivere alla fine del mondo (visto che a quanto pare ci toccherà a breve...)! ;)

« Wayne Dullop, patente della Georgia, nato nel 1979. Aveva 28 dollari in tasca quand'è morto, e una foto di una bella ragazza: "Con amore, dalla tua Rachel.". Un tempo era come noi, si preoccupava delle bollette, dell'affitto, del SuperBowl. Se mai troverò la mia famiglia racconterò loro di Wayne. »


Who's that girl?



















I fatti lo dimostrano! Pensate a Friends, ai Robinson, a Will & Grace, a... ok, non mi vengono in mente altri esempi. Però so di aver ragione: le serie tv più belle sono quelle che partono dalla storia più semplice! (Con qualche eccezione, d'accordo).
Ho cominciato a vedere New Girl (e mi domando perché non l'ho fatto prima) e mi piace un sacco!! 
La storia è molto semplice: Jess, tradita dal suo storico fidanzato, è costretta a cercarsi una nuova casa e conosce su internet (al diavolo il non fidarsi degli estranei) tre ragazzi che affittano una camera. Detto fatto, Jess si trasferisce nel suo nuovo appartamento e Nick, Schmidt e Winston si troveranno a dover convivere con una maestra un po' svitata e molto solare che canticchia una propria colonna sonora, che parla per metafore tratte dal Signore degli anelli e che sconvolgerà le loro vite. 
E' una serie davvero carina e piena di energia, anche se ancora non ho capito perché il bagno dell'appartmento in cui abitano Jess ed i ragazzi sembri lo spogliatoio di una palestra...
Comunque, esattamente come quando guardavo E.R. ho deciso di fare il medico e quando guardava Law & Order di fare l'avvocato, ho deciso che prima o poi dovrò assolutmente vivere in un appartamento con dei coinquilini (ovviamente maschi perchè altrimenti non sarebbe così divertente). E soprattutto che anche io dovrò avere una colonna sonora mia personale (se a qualcuno vengono in mente delle parole che facciano rima con Noemi, che non siano problemi e patemi, è pregato di farsi aventi)!!!
E ho anche imparato molto da questa serie tv: ho imparato che non c'è niente di male ad essere se stessi, che non è sempre pericoloso e sbagliato fidarsi delle persone, che vestirsi con colori sgargianti non è imbarazzante come pensavo (fino ad un certo punto...), che si può suonare la canzone Eye of the Tiger con le campanelle, che si può imparare dai propri errori e che mettere il tacchino nell'asciugatrice per scongelarlo non è affatto una buona idea!
Ma soprattutto voglio degli amici disposti a cantare la colonna sonora di Dirty Dancing in un ristorante pieno di gente per tirarmi su di morale e a gridare alle tre di notte per tutta la ventitreesima strada perchè accendano le luci di Natale che a me piacciono tanto! Chissà, magari lo farebbero... :)



Ribelle - The Brave

Ed alla fine ce l'ho fatta: dopo varie peripezie sono finalmente riuscita a vedere The Brave!!! E me ne sono innamorata!! 
La giovane principessa Merida (dall'inconfondibile chioma rosso fuoco, realizzata disegnando i capelli uno ad uno) é insofferente agli insegnamenti della madre che cerca di prepararla per il suo futuro ruolo di regina. Al bon ton e all'etichetta Merida preferisce esercitarsi con il suo arco, esplorare luoghi impervi e scorrazzare, chioma al vento, sul suo cavallo. Ma anche per lei é arrivato il momento di crescere e di assumersi le proprie responsabilità. 
Lei però vuole vivere la propria vita e non accetta il destino che per lei è stato scelto dalla madre e dalle consuetudini. 
Una vecchia e stramba strega le offrirà l'opportunità di cambiare il proprio destino e, senza badare troppo alle conseguenze, Merida coglie l'occasione al volo, ma poi si troverà a fare i conti con la sua scelta.
Con Merida, per una volta tanto, ci troviamo di fronte ad un personaggio che è si principessa, ma che non ha niente in comune con le classiche figure femminili di Cenerentola, Biancaneve, Bella Addormentata nel Bosco, Rapunzel e via dicendo. Merida non canta canzoncine mentre rassetta la casa, nè languisce chiusa nella torre più alta del castello in attesa di essere salvata: lei va a cavallo, é un'arciera infallibile, ha un grande spirito d'avventura e non le passa nemmeno per l'anticamera del cervello di sposare alcun principe azzurro. 
Per certi versi si può anche dire che in Brave sono presenti tutti gli elementi classici della favola: un'equilibio iniziale che viene sconvolto, il tentativo di "rimettere le cose a posto" coronato dall'immancabile lieto fine. Ma ci sono alcuni elementi innovativi molto interessanti, anche se forse non esattamente sconvolgenti dal punto di vista narrativo e tematico. 
Per prima cosa colpisce la totale assenza di una storia d'amore (clichè a cui siamo stati abituati fin dai primi cartoni animati realizzati dalla Disney): Brave si concentra su un altro tipo d'amore, ovvero quello tra madre e figlia (e più in generale tra genitori e figli). Le due figure dominanti sono infatti Merida e la madre Elinor che si scontrano continuamente e che rimangono cocciutamente fisse sulle loro idee senza cercare di vedere le cose l'una dal punto di vista dell'altra.
Il secondo elemento di discordo con i tradizionali cartoni animati é l'assenza di un vero e proprio cattivo: non c'è nessuno stregone o orco cattivo che vuole impadronirsi del regno o distruggere la terra. L'unica cosa con cui Merida si trova a dover fare i conti é se stessa e quindi le proprie scelte (decisamente una battaglia più dura rispetto a quella contro un cattivo qualunque che tenta di soffiarti il trono!).
Il film colpisce poi particolarmente dal punto di vista visivo, più che da quello strettamente narrativo: portando avanti uno studio e una sperimentazione sull'espressività dei volti in computer grafica, Brave compie un ulteriore passo in avanti verso un'idea di vera e propria recitazione da parte di personaggi animati. Per cui le emozioni, l'emotività passano soprattutto attraverso volti e sguardi dei personaggi. 
Senza precedenti é poi la bellezza e suggestività dei paesaggi scozzesi che, più che realizzati al computer, sembrano riprese dal vero. 
Un lavoro che sarebbe sicuramente piaciuto a Steve Jobs, ex amministratore delegato della Pixar, che viene indirettamente ricordato nel nome di uno dei clan scozzesi, quello dei Macintosh, e a cui il film viene esplicitamente dedicato nei titoli di coda.
Brave è un film che vi consiglio di vedere! Molto intenso, ma anche molto divertente! 
E vale la pena di vederlo anche per il cortometraggio intitolato La Luna che viene proiettato prima del film stesso (e che sicuramente verrà inserito anche nel DVD): un piccolo capolavoro che apre la riflessione sul tema genitori-figli e sulla necessità di trovare la propria strada, la propria voce, poi continuata ed articolata in Brave.


The Artist

Nell'era del 3D il regista francese Hazanavicious porta sugli schermi un film in bianco e nero e muto. E, ironia della sorte, nell'era del 3D é proprio un film non soltanto riguardante il cinema muto ma addirittuara muto ad ottenere un enorme successo di pubblico e critica aggiudicandosi cinque Premi Oscar (per dire, Avatar ne aveva avuti solo tre...) e svariati altri prestigiosi premi.
The Artist racconta una storia semplice e lineare, ma lo fa con intelligenza: George Valentin é un divo del cinema muto (con un nome che ricorda Rodolfo Valentino e un modo di fare che richiama Douglas Fairbanks e i suoi film). All'uscita dalla prima del suo ultimo film una giovane aspirante attrice lo avvicina e viene fotografata con lui sulla prima pagina della rivista Variety. E dopo poco i due si reincontreranno sul set di un nuovo film dove la ragazza é stata ingaggiata come ballerina. Ma intanto é arrivato il 1929: anno della grave crisi finanziaria che coinvolse l'America e l'Europa e anno dell'avvento del cinema sonoro. Per George Valentin é il momento del declino, mentre per la giovane Peppy Miller é il momento della grande svolta e del successo.
The Artist si apre (ricordando un po' Cantando sotto la pioggia) con la prima dell'ultimo film con protagonista Valentin ed in particolare con una sequenza tratta da questo film in cui il protagonista (ovviamente Valentin) viene torturato perché confessi qualche segreto ma nelle didascalie (come ogni film muto anche The Artist utilizza le didascalie, ma per la verità in quantità molto ridotta) compare la scritta "Non parlerò mai!". E così il traumatico passaggio dal cinema muto a quello sonoro, che vide il tramonto di grandi star come Buster Keaton e Mary Pickford ormai inadeguate a sostenere un cinema parlato, diventa una lotta interiore nel personaggio di Valentin.
George Valentin non solo non viene accettato dal cinema sonoro, ma sembra quasi che l'idea del suono sia estranea al suo essere: infatti il suo personaggio non parla quasi mai, al contrario di Peppy Miller che parla spesso (certo, noi non possiamo sentire quel che dice perché é un film muto, però parla!).
L'analisi del delicato e fondamentale passaggio dal muto al sonoro viene condotta con intelligenza ed é interessante anche come in alcune scene venga mostrata l'evoluzione del cinema attraverso il cambiamento a cui nel tempo sono stati soggetti gli spettatori.
É un film che fa divertire, riflettere e magari anche commuovere e che mostra come nella sostanza le esigenze del pubblico non siano poi tanto cambiate nel tempo.




Il buongiorno del mattino


Becky Fuller é una produttrice televisiva che sogna di lavorare a USA Today, ma l'inaspettato licenziamento la costringe a ridimensionare le sue aspettative e ad accettare un lavoro di ripiego. Il suo compito é quello di risollevare le sorti del programma mattutino Daybreak.
La prima mossa di Becky é quella di affiancare alla storica protagonista del programma, Colleen, una vecchia gloria del giornalismo Mike Pomeroy. Ma la convivenza tra i due é davvero difficile, soprattutto perché Mike non ne vuole sapere di presentare pseudo-notizie di curiosità, lui che aveva realizzato servizi di grande importanza e rilievo.
Così Becky, in aggiunta ai normali problemi quotidiani del suo lavoro, dovrà affrontare anche il pessimo carattere dei due conduttori.
Nel frattempo Becky, oltre alla vita lavorativa, dovrà anche gestire, con un po' di goffaggine, la propria vita sentimentale.
Rachel McAdams, Harrison Ford, Diane Keaton: le premesse per la buona riuscita delfilm ci sono tutte! Eppure mi sarei aspettata qualcosina in più.
Ciò non significa che il film sia brutto, ma semplicemente che non é uno di quei film che ti colpiscono particolarmente (naturalmente parlo sempre a titolo personale). É comunque una buona commedia, piacevole da vedere.
In particolare si distingue Rachel McAdams per essere riuscita a dare grande vitalità al personaggio di Becky, che stimo particolarmente per la sua positività e per l'impegno e la passione che mette nel raggiungere i suoi obbiettivi.
Se siete in cerca di una bella storia d'amore vi consiglio di guardare un altro film perché quella tra Becky e il bel produttore Adam é quanto di più sbrigativo sia stato mai visto in una commedia (anche) sentimentale. E del resto va bene così, perché Il buon giorno del mattino non é una commedia d'amore ma un film sull'amore per il lavoro, perché Becky oltre ad essere tenace, pragmatica, preparata e ossessionata dal lavoro (senza però essere la solita iena in carriera) é una persona dotata di vera passione e amore per il suo lavoro.



 

Jane Eyre

Jane Eyre é rimasta orfana di entrambi i genitori e la zia, che dovrebbe prendersi cura di lei, la disprezza tanto da allontanarla dalla propria casa e mandarla a vivere nel collegio di Lowood, dove la piccola Jane riceverà una buona educazione (con mezzi decisamente discutibili). Dopo dieci anni di umiliazioni e sacrifici uscirà dall'istituto temprata e desiderosa di cominciare una nuova vita a Thornfield dove é stata assunta come istitutrice. Tra una lezione e l'altra Jane conoscerà il padrone ti casa, Edward Rochester, un uomo inquieto e dal carattere particolare. Jane si innamora della sua nuova casa, il primo luogo in cui non é mai stata calpestata ma trattata da pari a pari, e poi anche del suo padrone. Ma scoprirà un segreto, nascosto nel cuore della casa, che la costringerà a fuggire via, lontano dall'uomo da lei tanto amato.
Avendo letto il romanzo omonimo (più di una volta, in effetti) mi sono messa a guardare questo film molto ben disposta nei suoi confronti e spero che questo non abbia offuscato più di tanto il mio giudizio, perché devo dire che ho trovato il film davvero ben fatto!
Non é semplice rendere cinematograficamente la complessa trama del romanzo ma Fukunaga, il regista, c'é riuscito molto bene e soprattutto senza alterarne l'anima.
Per narrare la vicenda si é servito di una soluzione non lineare che ci mostra la protagonista in media res e ci mostra attraverso dei flashback gli eventi precedenti: un espediente per nulla confusionario, ma che anzi tiene viva l'attenzione e la curiosità dello spettatore.
Oltre ad una tecnica cinematografica pulita e lineare ma allo stesso tempo capace di cogliere in profondità i sentimenti e le angosce dei personaggi, il film risulta arricchito da attori davvero molto bravi e perfettamente nei ruoli. Michael Fassbender interpreta Mr. Rochester nel miglior modo possibile superando in bravura tutti gli altri attori che avevano precedentemente sostenuto la parte ed a prestare il volto a Jane Eyre é la giovane Mia Wasikowska, la cui bravura si era già intuita in Alice in Wonderland di Tim Burton senza che però venisse sfruttata al meglio. I due protagonisti sono supportati dai personaggi "secondari" della governante di Thornfield (Judy Dench) e dal benefattore che ha salvato la vita di Jane (Jamie Bell).
Come ho già detto il film coglie il cuore di Jane Eyre, romanzo in bilico tra tradizione e rivoluzione che ha il suo elemento di maggior modernità (anzi, di assoluta contemporaneità) nel personaggio della protagonista stessa.

"Leggo in voi lo sguardo di un uccellino curioso, attraverso le sbarre di una gabbia. Un vivido e irrequieto prigioniero. Fosse libero, volerebbe molto in alto."



Le avventure di Tintin - Il Segreto dell'Unicorno

Tintin, giovane e famoso reporter dall'inconfondibile ciuffo, acquista ad un mercatino il modellino di un vascello che curiosamente aveva suscitato l'attenzione di altri insistenti acquirenti. 
Il modellino è una rappresentazione in scala del leggendario Unicorno, il vascello capitanato dal coraggioso François de Haddock e che, quando venne affondato dopo un attacco pirata, trasportava un enorme tesoro. Nel modellino è nascosta la chiave per scoprire il luogo in cui si trova il tesoro e solo un Haddock può risolvere l'enigma.
Tintin si trova subito coinvolto in un'avventura che lo porterà ad indagare sul passato della famiglia Haddock. Durante la sua ricerca incontrerà l'ultimo discendente dell'antica famiglia: il capitano Archibald Haddock, che diventerà suo inseparabile compagno nelle successive avventure. 
In questa fedele trasposizione cinematografica del colorato e caratteristico mondo di Hergé non mancano i classici personaggi del fedele cane Milù, il cui intervento è decisivo in molte situazioni, e i due comici (e un po' satirici) ispettori Dupont e Dupond. 
Le avventure di Tintin è frutto della collaborazione di Steven Spielberg (regista e produttore) e Peter Jackson (produttore) e da due registi di questo calibro non mi sarei aspettata un lavoro di minor bravura. 
Il film è realizzato con la cosiddetta motion capture, una tecnologia all'avanguardia che permette di catturare il movimento: il dispositivo che permette l'acquisizione del movimento è un sistema di più telecamere. In pratica gli attori indossano una speciale tuta dotata di sensori che riescono a catturare il movimento che verrà successivamente rielaborato digitalmente creando movimenti e personaggi realisitici. La motion capture era già stata usata (credo per la prima volta in assoluto) da Peter Jackosn per la realizzazione del personaggio di Gollum ne Il Signore degli Anelli, e in Le avventure di Tintin questa tecnica viene utilizzata per la creazione di tutto quanto il film. Ed il risultato finale è talmente spettacolare che sembra di vedere persona in carne ed ossa.
Naturalmente se si utilizza la motion capture è anche molto importante la scelta degli attori perché questa tecnica richiede un tipo di recitazione un po' più dinamica e marcata rispetto al solito, e quindi degli attori che non hanno paura di superare un po' i limiti. Così per i due protagonisti, Tintin e il capitano Haddock, sono stati scelti rispettivamente Jamie Bell (per gli amici Billy Elliot) ed Andy Serkis, ormai un'esperto nella tecnica, dopo aver impersonato Gollum per ben sei film (prima nella trilogia de Il Signore degli Anelli e poi in quella de Lo Hobbit).
L'idea iniziale di Spielberg era quella di realizzare un film con attori in carne ed ossa (ma truccati in modo da essere ben identificabili con i personaggi di Hergé), ma poi optò, saggiamente, per l'animazione.
Grazie alle grandi competenze tecniche ed all'estrema attenzione per i dettagli il risultato finale è davvero ottimo.
E di non minor valore è la colonna sonora, realizzata da John Williams, storico collaboratore di Spielberg e autore di alcune delle colonne sonore più conosciute al mondo (Lo squalo, ET, Guerre Stellari, Indiana Jones, Superman, Harry Potter), che per essa è stato candidato agli Oscar 2012. 
I rimandi ai precedenti film di Spielberg sono molteplici, sia tematici che visivi: Tintin condivide con Indiana Jones lo spirito di avventura; come il Capitan Uncino di Hook il cattivo Sakharine si ostina a ricercare il suo eterno nemico; il ciuffo di Tintin emerge dai flutti come già la pinna del celebre Squalo...
Le avventure di Tintin - Il Segreto dell'Unicorno è, in conclusione, un film che si fa notare per la grande conoscenza della tecnologia utilizzata e per il gusto dell'avventura allo stato puro: la rapida successione degli eventi, fughe, inseguimenti, scoperte e rivelazioni, salti nel passato, tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino alla fine... ed alla fine non si escludono nuove avventure...!

" C'è sempre un indizio trascurato che spalanca un nuovo orizzonte pieno di risposte! "


The Reader: a voce alta

Germania, 1958. Michael Berg, studente quindicenne, preso da un malore per la strada, viene aiutato e riaccompagnato a casa da Hanna Schmitz, donna sulla trentina che lavora come controllore sulle linee tramviarie. Guarito dalla malattia Michael torna a casa di Hanna per ringraziarla della sua premura ed i due intrecciano una relazione, che si conclude con il finire dell'estate. Hanna inizia Michael alla sessualità e lui legge ad alta voce per lei i classici della letteratura.
Qualche anno dopo Michael, ora studente di giurisprudenza, incontra di nuovo, del tutto inaspettatamente, Hanna: è imputata in un processo a carico di un gruppo di ex SS, accusate di aver lasciato morire, bruciate vive, trecento donne ebree. Hanna verrà riconosciuta colpevole della colpa più grave e quindi le viene comminata una pena più dura rispetto alle altre imputate: il carcere a vita. Hanna avrebbe potuto scagionarsi dalle accuse dichiarando di non saper nè leggere nè scrivere e quindi di non essere stata lei a redigere il verbale, firmato da tutte le imputate, in cui fu riportato dettagliatamente, come era proprio dei nazisti, tutto quello che era avvenuto quella tragica notte (cosa che però difficilmente la renderebbe meno colpevole dal punto di vista morale). Ma Hanna tace e confessa il crimine, temendo di più di dover affrontare la vergogna di essere analfabeta, vergogna che si è portata dietro per tutta la vita, piuttosto che il carcere. 
The Reader (il cui titolo in inglese conserva l'intrigante attribuzione sia maschile che femminile) è un film che sintetizza il cinema precedente di Stephen Daldry: da una parte affronta il tema dell'adolescenza, della cresita come in Billy Elliot, e dall'altra parte è una storia che si muove su più scenari narrativi, con salti dal passato al presente e l'intrecciarsi si tematiche differenti, come in The Hours.
Nella prima parte il film affronta con sguardo indagatore il tema della sessualità dal punto di vista del protagonista maschile che si mescola con la sete di cultura letteraria di Hanna. Ma questo primo intreccio di tematiche viene abbandonato, quasi bruscamente, per concentrarsi su un'altra serie di tematiche, direi ancora più complesse delle precedenti. In questa seconda parte il tema centrale è il senso di colpa, che viene analizzato (senza comunque poter arrivare ad una conclusione oggettiva, com'è naturale che sia) attraverso l'incontro/scontro tra due generazioni. Hanna appartiene a quella generazione che è cresciuta e vissuta per gran parte della sua vita nella Germania nazista, la cui mentalità risulta oggi quasi incomprensibile, mentre Michael rappresenta la generazione successiva, una generazione che sente forte su di se il senso di colpa per quello che hanno fatto (o non hanno fatto) i loro connazionali negli anni '30 e '40. Da una parte quindi condannano e non possono perdonare per ciò che è stato fatto, ma dall'altra si domandano come sia possibile odiare per questo le persone che comunque si amano incondizionatamente, come, per esempio, i genitori: non si sceglie mai chi si ama. E quella di Michael è una generazione che cerca di scrollarsi di dosso il passato ed il senso di colpa per poter andare avanti. 
In The Reader non vengono fatte condanne nè viene data alcuna assoluzione. E' difficile condannare Hanna, ma è altrettanto difficile perdonarla per quello che ha fatto.
E ci si rende anche conto di come spesso la condanna morale non coincida con quella legale, giuridica e di come sia difficile attribuire colpe. 
Il film può vantare un cast d'eccezione con attori del calibro di Kate Winslet (che, sempre più brava ed intensa, si è aggiudicata l'Oscar per questa pellicola), Ralph Fiennes e Bruno Ganz. Il cast è composto interamente da attori ed attrici tedeschi (fatta eccezione per la Winslet e Fiennes) sui quali spicca il promettente David Kross nei panni del protagonista maschile. 

« ...che cosa ho imparato? Ho imparato a leggere. »



La giuria

Una giovane vedova fa causa ad una importante società che produce armi da fuoco reputandola responsabile della morte del marito. Una causa difficile da vincere ma che potrebbe creare il precedente per un radicale cambiamento nel sistema giudiziario e sociale portando come conseguenza pratica ad una riduzione e regolamentazione della vendita di armi da fuoco. Una causa difficile da vincere quindi, in cui però crede fermamente l'avvocato dell'accusa Rohr.
Altrettanto sicura della vittoria è la parte avversa, cioè la società d'armi, che si serve dei metodi poco ortodossi del consulente Fitch per selezionare una giuria perfetta andando a frugare nel passato e nella vita privata di ogni possibile giurato per capirne la psicologia e quindi decidere, in base ai propri interessi, se escluderlo o meno dalla giuria. La difesa, con l'aiuto di Fitch, punta ad impadronirsi della giuria comprandosi il verdetto, ma si intromette una donna misteriosa, Marlee (Rachel Weisz), che, con la complicità di Nick Easter (John Cusack) selezionato come membro della giuria, propone ad entrambe le parti di pagare loro una ingente somma in modo da comprarsi il verdetto (grazie a Easter che può influenzare le scelte dei giurati dall'interno).
Un thriller giudiziario ricco di sorprese e di suspense che risulta ancora migliore grazie alla bravura del prestigioso cast che vede confrontarsi Dustin Hoffman, che interpreta l'avvocato dell'accusa, e Gene Hackman nei panni dello spregiudicato Fitch: i due, presenti in tutto il film, hanno un solo scambio di battute nella scena ambientata nel bagno degli uomini del tribunale che da sola giustifica la visione del film.
La forza del film sono sicuramente i personaggi (bravissimi, oltre a Hoffman e Hackman, anche Rachel Weisz e John Cusack) un po' buoni e un po' cattivi, che, e vale soprattutto per Marlee ed Easter, hanno una morale ambigua fino alla fine del film.
Mentre il difetto del film è forse il contenuto che viene presentato in maniera un po' troppo moralista e retorica, con un finale forse un po' troppo politically correct.
Comunque, più che mettere in scena il classico scontro tra due avvocati di parti avverse, questo thriller denuncia, oltre all'uso e al libero mercato delle armi, come sia possibile manipolare e controllare una giuria arrivando in pratica a manipolare un processo e comprarsi un verdetto di assoluzione o accusa. E l'aspetto più inquietante del film è proprio questo: fino a che punto si tratta di finzione e quanto si è vicini alla realtà?

« I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie. »

La famiglia omicidi

Siamo nel cuore della campagna inglese. Un ministro del culto tedia i suoi parrocchiani con sermoni noiosissimi. La moglie, che trascura, ha un amante; la figlia, ancora minorenne, cambia così di frequente ragazzi che la madre non esita a definirla ninfomane. Il figlio, invece, ancora in età scolare, è vittima degli scherzi dei bulli della scuola. La situazione muta, e radicalmente, con l'arrivo di Grazia, la nuova governante che a colpi di mannaia e ferro da stiro fa fuori, letteralmente, chi cerca di minare la tranquillità della famiglia.
Insomma una nuova interpretazione dell'omicidio: l'omicidio a fin di bene per cui non tutto il male viene per nuocere. 
E non mancano i colpi di scena, forse non sempre del tutto inaspettati ma comunque dai risvolti decisamente ironici.
La famiglia omicidi è una commedia molto piacevole e ben costruita che fa pensare alle commedie nere degli anni '40 e '50. Mentre il personaggio dell'anziana governante, la tipica signora inglese, fa ricordare le simpatiche ziette di Arsenico e vecchi merletti che, per compassione, offrivano ai loro ospiti vino di sambuco corretto con un miscuglio di veleni. Naturalmente, per la diversa ambientazione, il vino di sambuco viene sostituito dal più british tè delle cinque, in una commedia che è tutta costruita su un tipo di humor tipicamente inglese. 
Il film si regge tutto sui personaggi, interpretati da attori di prim'ordine senza i quali probabilmente il film avrebbe perso di qualità e mordente. Atkinson dimostra di sapersi scorporare da Mr. Bean ma le vere attrazioni sono le protagoniste femminili: Maggie Smith è, come sempre, splendida e con il suo misto di cortesia e violenza diventa il deus ex machina della vicenda, anche se la protagonista del film è il personaggio interpretato da Kristin Scott Thomas, anche lei altrettanto brava nel ruolo.

« Alcuni segreti di famiglia è meglio che rimangano ... sepolti. »


Tomboy


Laure, una bambina di dieci anni, e la sua sorellina Jeanne si trasferiscono spesso a causa del lavoro dei genitori. Durante le vacanze estive la famiglia trasloca ancora una volta ed arrivati nella nuova casa Laure incontra Lisa, una ragazzina che vive nel suo stesso caseggiato e che la scambia per un maschio a causa dei capelli tagliati cortissimi e dell'aspetto ancora non ben caratterizzato dell'infanzia. Laure non la contraddice, ma anzi risponde di chiamarsi Michael e con i suoi nuovi amici si comporta come tale, aderendo a quelle che ritiene siano le caratteristiche proprie e necessarie dell'altro sesso: gioca a calcio mentre le ragazze vengono lasciate a bordo campo perché troppo schiappe, fa la lotta e la rissa perché un bambino infastidiva la sorellina e ha alcuni momenti mano nella mano con Lisa.
Ma settembre sta per arrivare e con l'imminente inizio della scuola per Laure è sempre più difficile gestire la situazione.
Tomboy (che significa maschiaccio) é un piccolo film della regista francese Céline Sciamma prodotto con pochi mezzi: una telecamera Canon 5D, troupe ridotta all'osso, venti giorni di lavorazione per girare una cinquantina di scene in due o tre diversi ambienti. Un piccolo film, quindi niente di memorabile dal punto di vista strettamente cinematografico, ma nonostante ciò è un film che riflette in maniera intelligente ed affettuosa sui labili confini dell'identità sessuale e sulla ricerca di se stessi (anche dal punto di vista sessuale) che ogni bambino comincia a compiere fin dall'età pre adolescenziale, argomento sul quale si conoscono molte cose ma di cui si parla molto poco in maniera sensata e costruttiva.
Zoé Héran è sicuramente l'interprete più adatta per rappresentare il cammino di Laure con la giusta dose di innocenza ed allo stesso tempo il bisogno di esplorare se stessa e ciò che la circonda.
E la cosa più interessante del film (per lo meno a mio avviso) è che la regista ha scelto di dare al film un finale aperto: cioè lo spettatore alla fine del film non sa con precisione se quello di Laure è stato solo un episodio di travestitismo infantile oppure se l'esperienza dell'estate abbia lasciato su di lei delle tracce indelebili. Lo spettatore si ritrova, a film concluso, a dover riflettere su questioni più ampie, riguardo alla definizione della sessualità propria di ogni individuo e all'accettazione (o meno) della natura dell'altro, qualunque essa sia.